Un mestiere difficile - 2008
Secondo appuntamento di “Un mestiere difficile”.
Come avevamo promesso nel corso del 2007, anche a seguito dei positivi commenti alla prima edizione dell’iniziativa, abbiamo cercato di dare continuità a questa sorta di osservatorio sulle risorse umane nelle ONG, che cerca di riflettere non soltanto sui numeri (comunque importanti), ma anche sui contenuti e le caratteristiche della professione di cooperante.
Già definire una “professione” quella dell’operatore della cooperazione non governativa,
pone dei problemi.
Dove sono finiti i “bravi volontari” con le loro solide motivazioni?
Niente panico, ci sono ancora e con loro le motivazioni: salde ed irrinunciabili, almeno quanto richiesto da questo mestiere.
Solo che, come ci aiuta a capire nel suo intervento Gianni Rufini bisogna uscire dall’equivoco linguistico per cui chi fa volontariato è altro, diverso, da chi svolge un lavoro “normale”. Questo non significa che non ci sia spazio per le persone di buona volontà che saltuariamente operano nel volontariato; ma, come quelle stesse persone ben sanno, un conto è spendersi occasionalmente, magari anche con regolarità, impegno e senso di responsabilità, in attività sociali ed assistenziali; un conto è fare del proprio impegno e motivazione l’asse portante della propria esperienza professionale nel no-profit. Sono due approcci per nulla in contrasto e anche compatibili, a patto che siano chiare le differenze.
Diventare un operatore della cooperazione internazionale non governativa, non è semplice e richiede un impegno costante, sia in termini di continuo aggiornamento, sia per ciò che riguarda la capacità di adeguare le proprie scelte di vita alle opportunità professionali. Anche dal punto di vista strettamente professionale, sempre più servono figure in grado di indirizzare il proprio ruolo tecnico verso la consulenza, la formazione e la valutazione di attività realizzate da partner locali, piuttosto che tecnici direttamente operativi.
Nei ruoli manageriali poi – sempre più richiesti – servono persone in grado di gestire progetti complessi, coordinando, motivando, supervisionando, indirizzando, il lavoro di team internazionali, e gestendo le complesse relazioni tra i differenti attori della cooperazione.
Non solo project manager quindi, anche se quella può rappresentare la figura di riferimento. E neppure si può immaginare che siano sufficienti le competenze tecniche piuttosto che quelle relazionali o di gestione; le conoscenze piuttosto che le motivazioni.
I successi nella cooperazione, anche quelli personali, dipendono da molte componenti e da molte variabili che rendono ancora difficile la selezione degli operatori.
Forse anche per questo, l’aspettativa delle ONG è alta nei confronti dei tanti, forse troppi, master e corsi specialistici nati in questi ultimi anni. Il “sapere” non manca ma il “saper fare” e il “saper essere” sono ancora in gran parte relegati alle conseguenze dell’esperienza diretta, quando errori e inadeguatezza hanno un costo purtroppo eccessivo.Forse per questo entrare nel mondo della cooperazione internazionale è così difficile, come dicono molti aspiranti candidati.
Più facile passarci un breve periodo, giusto il tempo di un’esperienza.
Riguardo ai numeri (come sempre elaborati da Vera Melgari, con la collaborazione di Loredana Pin della SISCOS), la ricerca sui dati più recenti relativi a età, sesso, destinazione, numero dei cooperanti italiani non si discosta molto da quella presentata nel corso della prima edizione di “Un Mestiere Difficile”. Anche questa è un’indicazione interessante. Significa che siamo in presenza di un settore con caratteristiche e peculiarità non occasionali, anzi abbastanza stabili e ricorrenti.
La circolazione di questi dati, per altro necessariamente limitata, può anche contribuire a smascherare una serie di luoghi comuni sulla figura del cooperante e sul lavoro nelle ONG. La prima, lampante evidenza è che le ONG sono certamente un promotore di lavoro di tutto rispetto
La cooperazione internazionale non è precisamente il luogo di impiego (e di impegno) di giovani neolaureati alle prime esperienze. Anche se, per fortuna, non si nasce cooperanti. Lo si diventa.
Nell’edizione di quest’anno abbiamo voluto inoltre tentare la via di alcuni approfondimenti, con obiettivi molto pratici e diretti.
Grazie alla collaborazione di Hay Group, ed in particolare del Dott. Marco Galbiati che insieme a Sodalitas ha lanciato alcuni anni fa l’idea di un Osservatorio sulle Risorse Umane nel No-Profit (ORUNP), abbiamo cercato di avviare un’analisi su una delle figure più problematiche (e ricercate) della cooperazione non governativa: il Coordinatore paese/ Rappresentante ONG in loco.
Una figura certamente manageriale ma con componenti strategiche e relazionali piuttosto complesse. Siamo in buona compagnia, se è vero che - anche nel profit - proprio la figura del manager, quello di successo, che “funziona” e che raggiunge obiettivi significativi anche attraverso il contributo di un team di collaboratori, non è di facile definizione.
Cosa faccia di un manager un buon manager continua ad essere una sorta di scommessa, una difficile formula alchemica tra conoscenze, capacità professionali, stili di conduzione e competenze di gestione, skills, esperienze e maturità, che ne fanno uno dei protagonisti chiave del successo (o dell’insuccesso) d’impresa.
Da parte nostra abbiamo avviato un’analisi – che certo non si può considerare esaustiva – per offrire, a chi si occupa di formazione, alcuni elementi di riflessione che speriamo si possano tradurre in un contributo alla creazione di adeguate figure professionali per la cooperazione. A ben pensarci, salvo rarissimi casi, la cosa che sorprende di più dei corsi e dei master esistenti – più in generale, non solo nel settore della cooperazione - è la quasi totale assenza di relazione con gli utenti ultimi della formazione: le ONG.
Capita raramente, quasi mai, di sentirsi chiedere: “Di che figure avete bisogno, con quali caratteristiche, per
quali compiti?”, quasi che si trattasse di informazioni scontate o di irrilevante importanza. La domanda più comune è piuttosto: “Sareste disposti ad ospitare uno/a stagista? Se desidera le mando una brochure sugli obiettivi del nostro corso…”. Che poi significa spesso obiettivi anche molto distanti dallo specifico delle ONG di cooperazione internazionale.
Da parte nostra, convinti che la collaborazione tra settori e competenze diversi sia la migliore strada per affrontare i problemi, siamo sempre disponibili a lasciarci coinvolgere nella progettazione di un corso adeguato alle aspettative.
Un ulteriore contributo viene dalla pubblicazione dei criteri e degli indicatori del codice di condotta per la promozione delle “best practices” nel management
degli operatori della cooperazione elaborato da “People in Aid”, il network di circa 140 tra Agenzie, associazioni, reti e ONG che hanno contribuito alla sua realizzazione e diffusione. Certamente uno strumento ulteriore per comprendere meglio l’ampiezza e la peculiarità del settore Risorse Umane nello specifico della cooperazione internazionale, oltre che uno strumento per tutelarne lo sviluppo.
Una cosa è certa: le qualità delle risorse umane sono l’elemento chiave di ogni impresa, certamente della cooperazione. Investire in formazione, facilitare percorsi di avvicinamento alla professione di cooperante, prevedere l’alternanza tra periodi di aggiornamento e di lavoro, sono alcuni degli strumenti assolutamente necessari nell’immediato futuro per valorizzare e finalizzare le motivazioni di quanti ancora credono che un mondo migliore sia, non solo possibile, ma realizzabile, quale diretta conseguenza anche del loro, personale, impegno.
Il dossier "Un mestiere difficile"

