PUBBLICO e PRIVATO - Nuove Partnership per l’Aiuto allo Sviluppo

Le istituzioni pubbliche del Nord e del Sud sono sempre più spesso criticate perché ritenute incapaci, malgrado oltre mezzo secolo di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS), di affrontare il tema della povertà nel mondo e dell’accesso a servizi vitali in modo risolutivo. Sempre più attori si chiedono quindi se non sia il caso di coinvolgere direttamente il settore privato nella lotta contro la povertà, sfruttando le risorse finanziarie, l’expertise e le vaste conoscenze tecniche che lo caratterizzano.
Il presente dossier prende le mosse da questa considerazione e propone una prima lettura delle potenzialità e delle condizioni di un maggior coinvolgimento del settore privato nell’Aiuto allo Sviluppo (AS).
La riflessione nasce dalla consapevolezza che, nel mutato quadro di riferimento politico, economico e sociale – attraversato da dinamiche come la globalizzazione, lo sviluppo tecnologico, i nuovi flussi di beni, servizi, capitali e lavoro –, è sempre più difficile per gli attori pubblici “rispondere alle sfide economiche e sociali odierne, mantenendo un approccio convenzionale”. Per rispondere a sfide globali si devono chiamare a raccolta risorse globali e questo è possibile solo in un’ottica di collaborazione multisettoriale.
Anche le fondazioni bancarie e il movimento cooperativo stanno ragionando su questo argomento, partendo dal fatto che sono tra gli attori privati che da maggior tempo investono nella cooperazione internazionale e con la maggior quantità di fondi.
La questione è inoltre strettamente connessa al dibattito sull'efficacia degli aiuti – non approfondito in questa sede – che LINK2007 sta trattando direttamente in tavoli di lavoro con il Ministero degli Affari Esteri.
Le stesse istituzioni italiane sono infatti ben consapevoli del grave gap tra gli impegni assunti a livello internazionale e le reali erogazioni dello Stato destinate alla cooperazione e, in una certa misura, stanno cercando vie alternative per colmarlo proprio attraverso il coinvolgimento dell’iniziativa privata.
L’esempio più attuale in questo senso è la Detax proposta all’ultimo G8 dal ministro delle Finanze Giulio Tremonti che chiama in causa istituzioni, imprese fornitrici di beni e servizi e privati cittadini.
La Detax consiste nel destinare parte dell’IVA raccolta dallo Stato tramite gli introiti delle imprese private a iniziative di solidarietà internazionale nei paesi del Sud del mondo.
Il meccanismo si basa sull’interazione tra tre attori: l’impresa che associa a un prodotto o servizio un’iniziativa solidale e lo immette sul mercato; il cittadino che sceglie e acquista il suddetto prodotto o servizio e lo Stato che rinuncia a una percentuale dell’IVA del bene venduto per destinarlo al progetto abbinato.
L’impresa può decidere, inoltre, volontariamente, di cedere una parte del profitto alla stessa finalità. È un metodo che, fondamentalmente, cerca di creare un sistema automatico affinché parte del gettito dell’erario vada in ogni caso alla cooperazione allo sviluppo e per farlo si avvale dei presupposti del marketing solidale.
L’idea di convogliare risorse pubbliche e private in un unico fondo a disposizione di progetti di cooperazione, è alla base di un’altra iniziativa italiana a favore della cooperazione.
Nell’ambito dell’Expo 2015, è stata infatti creata “Alliance for Africa”, una fondazione a sostegno del continente africano che, nelle parole di una delle sue
promotrici – il sindaco di Milano Letizia Moratti –, vuole “essere aperta a chi vorrà condividerne gli obiettivi, dalle imprese, alle università, alle istituzioni alle organizzazioni non governative”.
Nuove risorse ma anche un nuovo modo di fare cooperazione, in cui i privati svolgono un ruolo sempre più attivo nel tentativo di trasferire il loro know-how e la loro capacità di generare benefici in un mercato capitalista a territori economicamente depressi. Non è un caso che uno dei libri più discussi dell’anno sia stato “Dead Aid”, dell’economista zambiana Dambysa Moyo – ex consulente della Banca Mondiale – in cui si sostiene che gli aiuti tradizionali destinati all’Africa – ovvero le sovvenzioni a fondo perduto – non sono solo inutili, ma anche nocivi ai fini dello sviluppo del continente.

Il tema, insomma, è scottante e di grande attualità: in queste pagine non troverete però giudizi di valore o posizionamenti politici sull’opportunità o meno di
promuovere il ruolo dei private donors nel settore della cooperazione. Al contrario, questo documento vuole essere un primo affresco essenzialmente informativo, ed inevitabilmente incompleto, sulle varie modalità di interazione tra istituzioni pubbliche, grandi attori privati e società civile sullo scenario della solidarietà internazionale, modalità che si stanno delineando in un’epoca in cui in realtà è sempre più difficile tracciare confini netti tra le diverse sfere di influenza.

Scarica il dossier Pubblico-Privato

Guarda le interviste